Lettera di Capodanno

Dicono che repetita iuvant;
che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta;
che il bis d’un minuto radioso
s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera …
Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante
a soffiarci dentro le orecchie
l’ennesima Roncisvalle,
e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi;
l’anno che nello specchio del bagno consegna
a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca;
l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri,
sgranando sul calendario
il recidivo blues del Mai più …
chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto?
chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri?
Il male si moltiplica e repetita non iuvant.
Eppure … Eppure nella tombola arcana del Possibile
fra i dadi e il caso la partita è aperta;
gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla;
lune mai viste inonderanno il cielo,
due ragazzi in un giardino
si scambieranno i telefoni, i nomi,
stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva;
verrà sotto i balconi
un cieco venditore d’almanacchi
a persuaderci di vivere …
Crediamogli un’ultima volta.

GESUALDO BUFALINO

Frammenti di un discorso amoroso – Roland Barthes

“Cosa vuol dire, “pensare a qualcuno”? Vuol dire: dimenticarlo (senza oblio, la vita non sarebbe possibile) e risvegliarsi spesso da questo oblio. Per associazione d’idee, molte cose ti riportano al mio discorso. “Pensare a te” non vuol dire niente altro che questa metonimia. Poiché in sé, questo pensiero è vuoto: io non ti penso; ti faccio semplicemente tornare alla mente (a misura che cresce in me l’oblio di te). E’ la forma (il ritmo) che io chiamo “pensiero”: non ho niente da dirti, senonché questo niente è a te che lo dico. ”

 

L’assenza perduta

Con la modernità, in cui non smettiamo di accumulare, di aggiungere, di rilanciare, abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza.
E per il fatto di non essere più capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, oggi siamo immersi nell’illusione inversa, quella, disincantata, della proliferazione degli schermi e delle immagini.

Jean Baudrillard

Simona Vinci – La prima verità

Simona Vinci

 

Capita di morire più volte al giorno.
Si muore anche tutte le notti.
Sparati, investiti, con una botta in testa
di schiena, di gomito o di culo
in silenzio o col frastuono di sirene.
Con un pubblico o da soli.
Da cani randagi, da regine scoronate.
Di schiaffi si muore, di offese umiliati
di bugie incancrenite, di colpe o rimorso
di debiti a venire e crediti a rimandare
di cose mute che sverminano in bocca,
di troppa fatica alle giunture, di scoramento.
Si muore tante volte e pure di pomeriggio
poi ci si alza e si va, come se niente fosse.
Finché non sei morto, ne hai da morire.

Si dice dell’ombra che ci segue, ma di fatto essa ci ha sempre già preceduti, e ci seguirà. Come la morte: noi siamo già stati morti prima di essere viventi, e lo saremo ancora dopo (Jean Baudrillard)

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Autoritratto

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Saint Beuve

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In fondo tutte le fotografie sono come le ombre platoniche proiettate sulle pareti della caverna, o come quest’ombra spettrale dell’irradiato di Hiroshima, transverberato dalla luce atomica – esempio perfetto del cliché istantaneo. Stessa proiezione “acheiropoietica” di quella del sudario del Cristo (oggetto indipendente dalla nostra volontà, l’ombra è in sé stessa un segno acheiropoietico). Le immagini più pregnanti sono quelle più vicine a questa scena primitiva di un’iscrizione fantomatica e più lontane dall’intervento umano.
La silhouette atomizzata di Hiroshima, sostanza polverizzata del corpo: un’impronta fossile – volatilizzazione dell’oggetto in una sostanza non carnale, una traccia. I fossili stessi sono altrettanto vicini all’analogo fotografico, sono come dei negativi fotografati da una mano invisibile, come le pitture rupestri del neolitico, quest’arte parietale da cui la figura umana è misteriosamente assente (salvo le mani “in negativo” contornate sulle pareti come a partire da una fonte luminosa). Unica figura moderna erede di queste pitture murali e di una forma “fotografica” del segno – più vicina a una figurazione automatica che al segno rappresentativo – sono i graffiti: anch’essi inseparabili dalle pareti. La fotografia è l’ ombra proiettata sulla pellicola di ciò di cui non avremo mai l’esperienza concreta, oggettiva, e di cui neppure conosceremo mai la fonte luminosa, proprio come i prigionieri della caverna platonica, i quali del mondo esterno e della propria esistenza non conosceranno mai altro che il riflesso.

La sfilata delle ombre (la mia sulla parete ocra, quella degli alberi, quelle dei personaggi sulla parete della Recoleta, o tutte queste sagome silenziose, la notte nelle strade di Venezia), tutto questo teatro d’ombre è come il riflesso di un mondo anteriore in cui non eravamo ancora altro che ombre, di un’età dell’oro crepuscolare in cui gli uomini non sono ancora precipitati verso la luce brutale del mondo reale, verso questo deserto dove tutte le ombre sono vittime della luce artificiale e della realtà virtuale, dove i corpi sono diventati traslucidi in un mondo sovraesposto dall’ interno. La fotografia, appunto, conserva la traccia di una scrittura d’ombra, quale essa è altrettanto che “scrittura di luce”, e dunque il segreto di una fonte luminosa venuta dalla notte dei tempi.
Si dice dell’ombra che ci segue, ma di fatto essa ci ha sempre già preceduti, e ci seguirà. Come la morte: noi siamo già stati morti prima di essere viventi, e lo saremo ancora dopo.
Il controsenso più totale, e più generale, è l’ipertecnicità di tutte queste immagini così perfette, così impeccabili, in cui traspare soltanto l’iperrealtà della tecnica come effetto speciale (lo sfocato stesso è un effetto speciale). Di colpo la violenza che esse ci mostrano è soltanto un effetto speciale. Impossibile sfuggire a questo ricatto e di fronte a questa vampirizzazione estetica della miseria resta solo revulsione e repulsione. È come nella scena di condizionamento ottico di Arancia meccanica, in cui si è costretti a mantenere gli occhi aperti su scene insopportabili nell’illusione di purgarne l’immaginazione. Più è atroce, più è estetico, e tutti applaudono, secondo un rituale feroce di compiacimento “professionale”. Del resto, non si sa più a che cosa si applaude: alla morte? alla performance? È per questa ragione che tutte queste immagini non ci toccano più, sono un’ arma di distruzione di massa dell’intelligenza e della sensibilità.
Il controsenso è sempre dell’ordine del realismo, dell’alterazione del senso attraverso l’”informazione” inutile. Viene da pensare a una riflessione di Wittgenstein sulla scena teatrale: uno scenario di alberi dipinti è molto meglio che uno di alberi veri, che distrarrebbero l’attenzione da ciò di cui si tratta. O ancora, nei reportage sulla micidiale canicola del 2003 in cui ci vengono mostrati i vecchi in carne e ossa, frontalmente, nella loro agonia – ben più violenti, ben più pungenti erano le fotografie degli immensi camion di refrigerazione dove sono conservati per vari giorni i corpi che non si possono seppellire, ma che non si vedono. Immagine fredda, obliqua, molto più efficace per l’immaginazione. Ovunque la verità, la veracità tecnica, essa pure inutile, esilia l’essenziale – nella sfera delle funzioni inutili.
Della stupidità realista fa parte non solo la perfezione tecnica delle immagini, ma anche la loro accumulazione. Sempre più immagini si accumulano in serie, in sequenze “tematiche”, che illustrano fino alla nausea lo stesso avvenimento, che si accavallano e si succedono- immagini che credono di accumularsi e di fatto si annullano l’un l’altra. Ciò che viene completamente cancellato in questa storia è la libertà delle immagini le une rispetto alle altre. Ognuna priva l’altra della sua libertà e della sua intensità. Ora, bisogna che un’immagine sia libera da se stessa, che sia sola e sovrana, che abbia il proprio spazio simbolico (la qualità “estetica” qui non è in causa). Non si è capito che è in atto un duello delle immagini tra loro. Se sono vive, seguono la legge degli esseri viventi: selezione ed eliminazione. Ogni immagine deve eliminarne un’infinità d’altre. È esattamente nel senso inverso che si va oggi, in particolare con il digitale, dove la sfilata delle immagini assomiglia alla sequenza del genoma.
È vero che oggi ognuno può immaginare di veder passare il Weltgeist davanti al proprio obiettivo e di essere diventato, grazie all’incessante padronanza sulle immagini, una coscienza universale. È il regno dell’espressionismo fotografico – di fronte a degli oggetti che non aspetterebbero altro che di essere visti e fotografati, cioè presi a testimoni dell’esistenza del soggetto e del suo sguardo.
Vi è qui invece un errore totale sulla ripresa e sull’essenza dell’immagine, considerata uno stereotipo oggettivo. Infatti non si tratta affatto di una registrazione, ci sono tante cose che fotografiamo mentalmente, senza necessariamente usare una macchina fotografica (del resto le più belle sono forse quelle che avremmo potuto fare in sogno, ma, ahimè, non avevamo la macchina!). È di una visione fotografica del mondo che si tratta nella fotografia, una visione del mondo nel suo dettaglio, nella sua stranezza e nella sua apparizione. Talvolta c’è passaggio all’atto, cioè a una ripresa che materializza questa visione delle cose, non così come sono, ma come in se stesse la fotografia le cambia, “just as they look as photographed”. Perché la cosa fotografata non è affatto la stessa, e questo sguardo, questa visione, è da essa che emana, così come entra nel campo, nel momento dell’atto fotografico. E ciò che ne risulta – l’immagine – non ha affatto l’aria di quello che le cose sono oggettivamente, ma di quello che assumono “di fronte” all’obiettivo.
Gli oggetti sono sensibili alla ripresa quanto gli esseri umani – da qui l’impossibilità di testimoniare la loro realtà oggettiva. Quest’ultima è un’illusione tecnica, che dimentica che essi entrano in scena nel momento dello scatto, e che ciò che la fotografia può fare di meglio, ciò di cui può sognare, è di catturare questa entrata in scena dell’oggetto (escludendo ogni messa in scena o artificio stilistico).

In memoria di Lucia Tosi

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ci dev’essere qualcosa di genetico
a far sempre le cose all’ultimo minuto
una sfiducia cieca nel futuro
il pessimismo cosmico e quotidiano
la scarsa autostima che ti fa rinculare
e rimandare e declinare inviti appuntamenti
obblighi fino al limite estremo etico
che se andassi oltre potresti
apparire quasi incapace di rispetto.
è l’angoscia che ti porti – invece –
rinchiusa dentro il petto
la richiesta pressante di un senso fottuto
che rende tutto precario fallimentare
incredibile a farsi a compiersi
alla fine inutile nella immane confusione
della tua vita elementare.

Corrado Benigni — Interno poesia

Il giudice
Non c’è colpevolezza senza prova, qui
dove assoluzione e delitto hanno lo stesso movente.
Reato o peccato, siamo tutti parte. Comunque.
Tutto è già stato
e ci chiama,
mentre un giudice impone il suo nome.
Qualcuno completerà il nostro gesto.
Tempo senza voce che scrivi la sentenza;
nulla corregge nulla.
Un vizio di forma forse ci salverà.
da Tribunale della mente (Interlinea, 2012)
© Foto di Viviana Nicodemo

Leggere gli alberi

Nome:Prunus armeniaca L. Data di nascita: 2003 Residenza: casa mia

Nome: Prunus armeniaca L. 
Data di nascita: 2003 – Residenza: casa mia

Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano i greci. Tra tutti gli alberi-lettere, la palma è il più bello. Della scrittura, profusa e articolata come i getti dei suoi rami, possiede l’effetto maggiore: la linea di caduta.
Barthes da “Barthes di Roland Barthes”

Sono nipote di un uomo che, presentendo che la morte lo attendeva all’ospedale dove lo stavano portando, scese nell’orto e andò a dire addio agli alberi che aveva piantato e curato, piangendo e abbracciando ognuno di essi, come se di esseri amati si fosse trattato. Quell’uomo era un semplice pastore, un contadino analfabeta, non un intellettuale, non un artista, non una persona colta e sofisticata che decideva di lasciare questo mondo con un grande gesto che la posterità avrebbe ricordato.
José Saramago su Repubblica 17 giugno 2006

Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appaiati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitarie fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile! Ogni qual volta passo per quella via, guardando quegli alberetti, penso ai tanti e tanti infelici che, attratti dal miraggio della città, hanno abbandonato le loro campagne e son venuti qui a intristirsi, a smarrirsi nel labirinto d’una vita che non è per loro.
Luigi Pirandello da “Alberi cittadini” [Il Marzocco, 4 marzo 1900]

Soffiando in mezzo ai boschi, qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto ad inni sacri. Quelle sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limite del bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che cantava.
Dino Buzzati da “Il segreto del bosco vecchio”

Questo è un bosco sopravvissuto. Anche se da un punto di vista temporale è giovane, esso è molto antico, antichissimo. E comincia ad essere raro, perché sulle altre coste del Mediterraneo altre foreste lo hanno sostituito, e normalmente sono fatte di cemento. E questo fa sentire antichi anche noi. È vero, questo bosco si oppone a una modernità effimera, fondata sull’immediato, sulla novità, sull’oggi: quella modernità che vorrebbe farci credere che siamo nati ieri. Non siamo mica nati ieri.
Antonio Tabucchi da “Un bosco all’antica”, scritto per il bosco di Migliarino

Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. Li venero quando vivono in popoli e famiglie, in selve e boschi. E li venero ancora di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire a una debolezza, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il mondo, le loro radici affondano nell’infinito; tuttavia non si perdono in esso, ma perseguono con tutta la loro forza vitale un unico scopo: realizzare la legge che è insita in loro, portare alla perfezione la propria forma, rappresentare se stessi. Niente è più sacro e più esemplare di un albero bello e forte.
Hermann Hesse da “Il canto degli alberi”

Viaggi in mente

A. Rimbaud, Una Stagione all’Inferno- 1873
La mia salute fu in pericolo….Ero maturo per il trapasso, e lungo una via piena di rischi la mia debolezza mi conduceva ai confini del mondo e della Cimmeria, patria d’ombra e di gorghi.
Fui costretto a viaggiare, a sviare gli incantamenti adunati sul mio cervello….Ero stato dannato dall’arcobaleno.

G. Ungaretti, Allegria di Naufragi – 1917
E subito riprende
Il viaggio
Come
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare

A. De Saint-Exupéry, Terra degli uomini – 1939
…..vivo nell’ambito del volo.
Sento il sopraggiungere della notte, nella quale ci si rinchiude come in un tempio…[…]
Ben mi comprendono coloro che sono stati presi dall’amore inspiegabile del volo.
A poco a poco, dunque, rinuncio al sole. Io entro nella notte. Navigo. Per me non ho più che le stelle.

L.F. Cèline, Viaggio al termine della notte – 1952
Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica.
Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza.
Va dalla vita alla morte.

M. Frisch, Homo Faber – 1957
Un viaggio per mare è una strana situazione…. Si viaggia e viaggia, i motori sono in azione giorno e notte, si odono e si sentono, si va senza sosta, ma soltanto il sole si muove, ovvero la luna, potrebbe anche essere illusione il fatto che si viaggi, la nostra barca può rollare e far onde quanto vuole, l’orizzonte rimane orizzonte e si resta come fissi al centro di un disco, solo le onde fuggono, non so a quanti nodi, in ogni modo abbastanza rapidamente, ma non cambia proprio niente – salvo che si invecchia!

T. B. Jelloun, Creatura di sabbia- 1985
Ora sono io il padrone di casa….Mia madre si è ritirata nel silenzio del lutto. E io mi sento insicuro; non so quale oggetto, quale giardino, quale notte riporterò dall’avvenire.
Io viaggio; non mi addormento mai senza aver percorso qualche sentiero oscuro e sconosciuto.

B. Chatwin, Le vie dei canti – 1987
Dormii in tende nere, tende blu, tende di pelli, iurte di feltro, e al riparo di frangivento di rovi.                                    Una notte, sorpreso da una tempesta di sabbia nel Sahara occidentale, compresi il detto di Maometto: “ Un viaggio è un frammento di Inferno”.

White Rabbit, Grace in crescendo

grace

♠♦♥♣      Jefferson Airplane     ♣♥♦♠

 Grace Slick, voce – Paul Kantner, chitarra – Jorma Kaukonen, chitarra
Jack Casady, basso – Spencer Dryden, batteria
One pill makes you larger,
and one pill makes you small
And the ones that mother gives you,
don’t do anything at all
Go ask Alice,
when she’s ten feet tall
And if you go chasing rabbits,
and you know you’re going to fall
Tell ‘em a hookah-smoking caterpillar
has given you the call
And call Alice,
when she was just small
When the men on the chessboard
get up and tell you where to go
And you’ve just had some kind of mushroom,
and your mind is moving low
Go ask Alice,
I think she’ll know
When logic and proportion
have fallen sloppy dead
And the white knight is talking backwards
And the red queen’s off with her head
Remember what the dormouse said
Feed your head, feed your head.

Il sosia – Fedor Michajlovic Dostoevskij

ph. kamil vojnar

Finito.
Mi sono scrollata la neve di dosso, ho asciugato i vestiti e acceso la stufa e … ritorno in me.

Che dire? Dico che Goljadkjn rappresenta, pur in modo patologico, l’alienazione nei confronti della vita reale e ci porta a domandarci “cosa sia la realtà”. E’ estraneo a se stesso e, nello stesso tempo, costretto penosamente a convivere con se stesso, con la propria soffocante, ma necessaria, presenza. E l’incubo lo coglie ad ogni risveglio, confondendolo, ingannandolo, deridendolo.
G. soffre, soffre molto. Non è un pazzo inconsapevole di sé, ma una persona completamente inerme di fronte a qualcosa che gli sta succhiando via la vita e sottraendo progressivamente l’identità, quest’ultima (credo io) ancora più importante dell’esistenza stessa.
Il mostro è G. stesso in balia dell’altro, è G. che non ha potuto preservare la propria essenza e tenersi insieme, è G. che si mimetizza, che consegna il proprio libero arbitrio.
L’esistenza come dolorosa assurdità.

(Avrei preferenza di no) Bartleby lo scrivano – Melville

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Bartleby mi appare come il fotogramma successivo all’Urlo di Munch , come una scelta di passività cosciente, constatazione del lasciarsi vivere. E’ la bolla di solitudine che esprime l’assurdo del “senso di vivere” o l’illusione del vivere.
Il passato non c’è o non importa, semmai ha decostruito e partorito l’antieroe, che sopravvive al minimo regime, in folle. Non è nemmeno mediocre, è.
La maschera è fuorigioco, non entra mai, il candore è disarmante e commovente. E’ un personaggio immenso.

Le braci – Sandor Marai

le braciLe braci conservano i ricordi e tutta la loro forza, come in uno stato intermedio, irrisolto, in attesa.

Le braci sopravvivono a regime minimo, non si spengono mai; fanno domande che non saranno mai appagate, non è nella loro natura.

maraiLe braci eccitano e inquietano l’anima, ma non le indicano la risposta che potrebbe placarne la tensione, saturarne il desiderio. E così, il tormento percorre una traiettoria circolare e infinita.

             Siparidicarta

Candida, in ricordo.

candida

Anch’io come tutti ricordo le sue richieste che non erano richieste. Se ci pensiamo, nessuno l’ha mai vista come una mendicante. La sua richiesta di soldi era garbata, non era una pretesa, non cercava la tua commozione. La Candida aveva due occhi intensi, bellissimi. Chiari. Due perle incastonate in quel corpo avvizzito. E ti guardava negli occhi. I nostri dialoghi superarono la fase della richiesta. Mi diceva che “cl’era ‘na putina” (che era una bambina). Mi diceva “me go tri an, sun ‘na putina” (io ho tre anni, sono una bambina). E qualche tempo dopo diceva “du an” (due anni). Io l’incalzavo dicendo che non era possibile e lei arguta “al teimp al pasa e me dveint seimper più cèca” (il tempo passa e io divento sempre più piccola). La Candida non era solo gentile era anche generosa: una sera la riportai a casa e la provocai. “Me et dag i sold, me et port a cà e tè sem det?” (Io ti do i soldi, ti porto a casa e tu cosa mi dai?). Lei si aprì in un sorriso e da una manica tirò fuori “na sigarèta” (una sigaretta), come un prestigiatore. Quando le chiedevo della sua casa si imbarazzava, si chiudeva e cambiava discorso. Ma una sera mi confidò che si buttava su una poltrona, vestita, le borsine di lato.
Lei viveva in città, era lì che mangiava, beveva (e faceva i suoi bisogni). E tornava a casa solo per quel breve riposo notturno, giusto il tempo per ricominciare il giorno dopo. Io non so se siamo stati la sua famiglia, non mi chiedo se si poteva fare di più quando era in vita, ognuno di noi sa quel che ha fatto.
Ma una cosa è certa la città era la sua casa, via Compagnoni era solo un punto di appoggio, in senso stretto. Se non ci fosse stata la notte e se avesse avuto le forze lei sarebbe stata sempre in piedi e sempre in giro per la sua città, lei si muoveva tra le piazze come noi ci muoviamo tra le stanze della nostra casa.
Si chiamava Elena Incerti ed oggi, a più di dieci anni dalla sua morte, centinaia di persone la ricordano con affetto.

(da: non so più dove)

Annemarie Schwarzenbach (1908 – 1942)

Dopo aver letto “Lei così amata” della Mazzucco, sono letteralmente affascinata dalla figura di qAnnemarieSchwarzenbachuesta donna.

Ha viaggiato sola per mezzo mondo, scrittrice, fotografa, giornalista, lesbica, antifascista, nata in una ricca famiglia svizzera filonazista con madre prevaricante (eufemismo), amica di Erika e Klaus Mann, figli di Thomas. Viaggio, manicomio, prigione, ricerca dell’assoluto, poesie.

“In viaggio con le nostre biciclette e con la Ford, non cercavamo l’avventura, ma soltanto un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora e dove speravamo di fare l’impagabile esperienza che queste leggi non sono affatto inevitabili, immutabili, indispensabili. Provate a immaginare: il tempo non contava! Gli orologi, i calendari erano superflui! E avevamo perfino trovato persone, contadini, nomadi per i quali il denaro non significava niente” (Kabul, 1939);

“Si dovrebbe poter diventare un pezzo di deserto e un pezzo di montagna, e una striscia di cielo di sera. Ci si dovrebbe affidare a questo paese e disfarsi in esso. Vivere contro è una tale impresa che si muore di angoscia”;

Immerse nella pace della pianura, non era necessario pregare…il giorno che stava per finire era un unico tappeto di preghiera”.

Questo è un documento notevole:

https://www.youtube.com/watch?v=N6kbfB_e7BI&feature=player_embedded

“La palabra liberada del lenguaje” – Maria Zambrano

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Prima dei tempi conosciuti, prima che si alzassero le cordigliere dei tempi storici, ci dovette essere un’epoca di pienezza che non dava luogo alla storia. E se la vita non si risolveva nella storia, a sua volta la parola non doveva risolversi nel linguaggio, nei fiumi del linguaggio necessariamente già diversi e persino divergenti. Prima che il genere umano cominciasse a espandersi sopra le terre per andare poi sempre in cerca di una terra promessa, rammemorazione e ricostituzione sempre precaria del luogo di pienezza perduto, le terre cercate, sognate, rivelate come promesse venivano a essere generatrici di storia, i primi anelli della catena di una nuova storia. Prima. Continua a leggere

Da “Il malpensante”, di Gesualdo Bufalino

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    • Ancora una volta, trovandomi a osservare nella vecchia casa di campagna il muro della cucina ingrommato d’umidità, mi sorprendo a pensare che gli somiglio e che ogni giorno che passa mi semina, come a quello, nuove muffe di passato nel cuore.
    • Morire. Non fosse che per fregare l’insonnia.
    • Un dolore ricordato perde il pus, diventa fiaba.
    • Metà di me non sopporta l’altra e cerca alleati. 
    • Fra due parossismi si torce il filo della nostra sorte: lo scandalo del morire e l’eufemismo del vivere.
    • La lettura come peccato: indiscrezione, usurpazione, spionaggio. Il lettore come ladro e supplente di vita.
    • Scrivere con un dito sulla polvere d’una capote il segreto più geloso di sé. Aspettare come un’assoluzione una pioggia che lo cancelli.
    • Concedo che un malato sudi, dia in smanie, deliri. Ma quanti personaggi del romanzo contemporaneo simulano la febbre, i quali, a mettergli il termometro sotto l’ascella, hanno meno di trentasette.
    • Se Dio esiste, chi è? Se non esiste, chi siamo?
    • Non sono complicato, ma contengo una dozzina di anime semplici insieme.
    • Scrivo perché ho paura. Scavo trincee di parole dove nascondere il capo.
    • La fortuna delle detective-stories non ha forse altra origine se non nel fatto che, essendo la Creazione tutta, le nostre vite con essa, un mistero a cui manca lo svelamento finale, leggere un giallo dove il colpevole è smascherato ogni volta ce ne risarcisce e consola.
    • Molte morti sono suicidii truccati.
    • Cannibale di me stesso, mi mangio con appetito.
    • L’amore fra noi lo inventammo come in una prigione due detenuti inventano un telegrafo di segni mediante battimenti sul muro, strofette canticchiate da una finestra all’altra, messaggi sibillini scritti su rotolini di carta… Così cercammo, così trovammo l’alfabeto e la grammatica di una lingua che non c’era.
    • Certe mattine di luglio la mia anima prende a braccetto il mio corpo ed esce a spasso con lui.

“Epifania di un mattino” di Andrea Pomella

L’ho visto camminare al mattino presto, quando le stelle sono ancora luminose, alla fine dell’inverno, lungo la strada ghiacciata, stringersi le braccia al petto perché aveva freddo, poi fermarsi a guardare l’enorme croce in ottone che sovrasta la facciata della chiesa. Era nero, di quel nero infinito e lancinante di certi popoli dell’Africa profonda, e osservava con gli occhi sbarrati tutta questa parte di città insignificante. Indossava una giacca da donna col collo di pelliccia, era così ridicola quella giacca addosso a lui che sarà stato alto due metri. Ma il suo corpo in qualche modo non sembrava consapevole del fatto che indossasse un capo d’abbigliamento da donna, il suo corpo doveva solo difendersi da tutto quel gelo e magari scovare qualcosa da mangiare. Gli è corso incontro un ragazzino all’improvviso, gli ha chiesto un’informazione, credo. Lui lo ha guardato come si guarda un prodigio. Dice quattro parole in tutto d’italiano, e con quelle ha cercato di farsi capire. Ma il ragazzino ha scosso la testa, però era già qualcosa che un ragazzino bianco gli concedesse una simile fiducia, pensare – voglio dire – che lui, alto e nero e con una giacca da donna, potesse indicargli la strada in un quartiere deturpato d’occidente. È risalito poi senza vita lungo il marciapiede, fino al semaforo. Lì si è fermato. L’ho visto sedersi in un angolo, sull’asfalto, fare il fumo dalla bocca col fiato. Ripartire da lì, deve aver pensato, in tutta quella vasta disperazione, in quella stanchezza che gli è piombata addosso all’improvviso come un sacco di sabbia, ripartire dall’informazione che gli ha chiesto il ragazzino, dall’epifania di un mattino.

[C’è senso nel recedere dei corpi] Daniele Ventre

c’è senso nel recedere dei corpi
di là dall’orizzonte della nebbia
c’è senso lungo il passo degli storpi
c’è senso nella mente che si annebbia
nel sonno senza sogni della pietra
c’è senso nella spiga e nella trebbia
e nella corda lenta della cetra
e nel ricordo e al calo della vista
nel gelo della brina che si invetra Continua a leggere

Monologo del non so – Mariangela Gualtieri

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Io non so se questa mia vita sta spianata su un buco vuoto.

Non so se il silenzio che indago è  intrecciato alla mia sostanza molle.

Io non so se quello che cerco e ho cercato e cercherò,

non so se quello che cerco é un insulto a quel vuoto.

Non so se questo fatto di non avere un paio d’ali sia premio o castigo,

io non so se la polveriera della mia inquietudine sia un trono

su cui mi siedo minacciato, se la fuga che a scatti regolari mi pungola,

se quel puerile sogno di fuga sia uno sgambetto d’angelo,

d’un buffone d’angelo che mi vuole inciampare. Continua a leggere

rosso Rothko

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                Mark Rothko

  Vita Calore Fuoco Cristo Inferno Amore Sesso Mazzo di rose Allarme Vino Aggressione Energia Socialismo Rivolta Rivoluzione Carne Torero Debito

Auguri Nuovo anno Sorriso 

“Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un’impressione di pace. In realtà sono una lacerazione. Nascono dalla violenza. Il solo fatto di essere nati è un’azione violenta, restare in vita è un’impresa violenta; essere un artista in una società che non vuole saperne degli artisti è senza dubbio un’atto di sfida e può accompagnarsi soltanto a una violenza emotiva”

Dentro ciascuno di noi risuona un incanto proprio, se riusciamo a ‘svuotarci’ e a metterci in ascolto, se ci permettiamo di essere permeabili. In ogni caso, nessuno può essere sensibile verso qualsiasi forma di arte, ma penso che sia utile non ricercarvi il vero per forza, la realtà, ma il proprio sogno, il proprio volo, la propria immaginazione. Adoro Rothko.

Albert Camus, Taccuini

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 «Dovessi scrivere io un trattato di morale,

avrebbe cento pagine,

novantanove delle quali assolutamente bianche.

Sull’ultima poi scriverei:

Conosco un solo dovere ed è quello di amare.

A tutto il resto dico no…

questo mondo senza amore è un mondo morto

e giunge sempre un’ora

in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro,

del coraggio per reclamare il volto di un essere

e il cuore meravigliato della tenerezza».

In autunno – Georg Trakl, 1913

http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2014/11/16/georg-trakl-l-anniversario-che-valeva-la-pena-ricordare

I girasoli sullo steccato splendono,
quieti siedono malati al sole.
Nel campo lavorano cantando le donne,
dal convento le campane alternano rintocchi.
Gli uccelli raccontano una fiaba lontana,
dal convento le campane alternano rintocchi.
Dalla corte risuona mite il violino.
Oggi torchiano il bruno vino.
L’uomo si mostra lieto e mite.
Spalancate sono le stanze dei morti
e ben dipinte dalla luce del sole.

Virginia Woolf, Le onde

Così quando mi siedo a questo tavolo con l’idea di plasmare con le mani la storia della mia vita e metterla davanti a te come una cosa finita, devo richiamare cose lontanissime, sprofondate, inabissate in questa o quella esistenza, divenute parte di essa; sogni, anche, e le cose che mi circondano e quegli abitanti, quei fantasmi solo per metà esprimibili, che stanno nei loro covi giorno e notte; e nel sonno si rivoltano, proferiscono grida confuse, e tirano fuori le loro dita di fantasmi e mi afferrano mentre cerco di scappare – ombre di gente che saremmo potuti essere, esistenze mai nate.

Arthur Rimbaud, “Sensazione” (1870)

 

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Nelle azzurre sere d’estate, andrò per i sentieri,
punzecchiato dal grano, a pestar l’erba tenera:
trasognato sentirò la frescura sotto i piedi
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.
Io non parlerò, non penserò più a nulla:
ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e me ne andrò lontano, molto lontano come uno zingaro,
nella Natura, lieto come con una donna.

Appunti di Elias Canetti

Ci sono libri che si posseggono da vent’anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sé di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent’anni, viene un momento in cui d’improvviso quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione. Ora sappiamo perché lo abbiamo trattato con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose.

Elias Canetti – da “Il gioco degli occhi – storia di una vita (1931-1937)”

ph. Luigi Ghirri

“Tra le cose essenziali che si preparano dentro di noi vi sono gli incontri rinviati. Può trattarsi di luoghi e di uomini, di quadri come di libri. Vi sono città per le quali provo un’attrazione così forte come se fossi predestinato a trascorrervi una vita intera fin dall’inizio. Con mille astuzie evito di andarvi, e ogni volta che si presenta l’occasione di visitarle e vi rinuncio, sento aumentare a tal segno la loro importanza che si potrebbe quasi pensare che io sono ancora al mondo soltanto per quelle città e che sarei già scomparso da un pezzo se non ci fossero loro che continuano ad aspettarmi.

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“Aurea mediocritas” Orazio, Carmina II, 10

Vivrai meglio, Licinio, se non
ti spingerai sempre in alto mare
e se, nel timore di burrasche, per prudenza
non starai troppo vicino alla costa piena di insidie.

Chiunque apprezza la giusta misura,
evita cauto lo squallore di un tugurio,
ed evita sobrio lo splendore
di una reggia che suscita invidia.

E’ più facile che i venti scuotano un pino
immenso, che facciano crollare con maggior rovina
le torri elevate e che i fulmini colpiscano
i monti più alti.

Un animo ben temprato
nelle avversità spera un mutamento,
nella buona fortuna lo teme.
E’ Giove che riconduce gli orribili inverni,

ma è lui stesso che poi li porta via.
Se oggi va male, ricorda che non sarà sempre così,
capita che Apollo, senza tendere l’arco, svegli con la cetra
la poesia che tace.

Nelle avversità della vita dimostrati dunque
coraggioso e forte; e così¬ tu stesso ammaina
con saggezza le vele, quando un vento
troppo favorevole le gonfia.

Notturno terzo

Il suono della parola

 

Società, buona intenzione di uomo
io lascio ogni cosa
nel migliore dei mondi possibili.
L’occhio dei poeti
non ha mai guardato lontano
solamente nel profondo di loro.
Può l’acqua bucare una roccia,
può il sole asciugare l’oceano?
L’uomo ebbe così bisogno di Dio
da immaginarlo nell’alto dei cieli.
Credo soltanto al mio mancare
rimando la mia scelta remota
una pagina bianca
una seconda opportunità.

(L’attimo e l’essenza – Arduino Sacco Editore)

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Cosa muore con DANIZA

DANIZA

Condivido una riflessione del Dr. Roberto Marchesini:

“Riprendo le parole di Cruciani che sostiene che in fondo “è morto solo un animale” per rispondergli che se anche fosse morto “solo un animale” già questo nella stupidità e nella approssimazione, nel menefreghismo e nell’ostinazione con cui è stato reso possibile questo evento basta e avanza per muovere indignazione.
Ma senza retorica, occorre sottolineare che insieme a Daniza sono morti altri valori, quelli stessi che tanto declamiamo nel panegirico dell’umano:
1) è morta la logica e il raziocinio, perché non si introduce un animale e poi lo si vuole allontanare mettendo in pericolo la sua sopravvivenza e quella dei suoi cuccioli perché l’animale si è comportato nelle sue espressioni naturali;
2) è morta l’onestà, perché non si prendono soldi per un progetto di reintroduzione e poi una volta incassati si bypassano gli impegni allorché altri interessi sopravvengono, come stiamo pian piano venendo a sapere;

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Barthes par Roland Barthes

RolandBarthes

Ecco cosa ho fatto un giorno del mio corpo:

A Leysin, nel 1945, per farmi un pneumotorace extrapleurale, mi hanno levato un pezzo di costola, che mi è stato in seguito solennemente restituito, avvolto nella garza[…]. Ho conservato per molto tempo in un cassetto questo pezzo di me stesso […], senza sapere che farmene, senza osare sbarazzarmene per timore di attentare alla mia persona, benché fosse per me abbastanza inutile stare chiuso in un secrétaire, in mezzo a oggetti “preziosi” come vecchie chiavi, un libretto scolastico, ecc.

Poi, un giorno, comprendendo che la funzione d’ogni cassetto è quella di rendere soffice, non brusca, la morte degli oggetti facendoli passare per una specie di luogo santo, di cappella polverosa in cui, con la scusa di conservarli vivi, si prepara loro un tempo decente di lugubre agonia, ma siccome non arrivavo ad osar gettare questo pezzo di me stesso nella pattumiera comune dello stabile, dall’alto del balcone gettai la mia costoletta e la sua garza, come se disperdessi romanticamente le mie ceneri, in rue Servandoni, dove qualche cane certamente venne ad annusarla.

L’ultima fotografia di Luigi Ghirri

Roncocesi, 1992

Roncocesi, 1992

L’essenza della pianura padana squarciata da un canale che si fa strada nella nebbia, un mondo infinito nascosto, un limite senza segni, una misura impercettibile che si perde nella vaghezza dei confini labili e abbaglianti della luce mattutina.
La nebbia che dissolve i margini e rende i confini dello spazio fotografico, ma anche mentale, indefinito. Un ritorno al silenzio, una ricerca quasi mistica di qualcosa che non c’è più, una luce abbacinante e invernale che pervade la terra arata, i riflessi gelidi dell’acqua e il verde smorto dell’erba che fatica a crescere.
La luce che indica e nasconde, il bianco totale che ricorda il romanzo Cecità di Jose Saramago dove tutti vedono solo il non-colore bianco. Un mondo che si dissolve in questa nuova cecità dell’iper-visione, rappresentato dal candore del bianco che tutto fagocita senza lasciare traccia alcuna. Un non-colore che indica un non-luogo, un mondo sospeso che fa da contraltare al fango e all’acqua putrida che ancorano l’uomo alla terra

Congedo del viaggiatore cerimonioso – Giorgio Caproni

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Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

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Inviti superflui – Dino Buzzati (1949)

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo per le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spianavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, ne’ battesti mai alla porta del castello deserto, ne’ camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, ne’ ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremmo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

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Yves Bonnefoy: L’immaginario metafisico

La poesia deve essere una relazione irriducibilmente ambigua tra una volontà di presenza, cioè di adesione profonda, senza ritorno, e ciò che esiste qui e ora, nella finitezza (finitude) essenziale… il sogno “gnostico” di una realtà superiore, di mondi in cui le parole e la musica aiutano, rischiando, a immaginare la figura. Ogni poeta si divide, si dilania tra questo desiderio d’incarnazione e i sogni di “excarnation”.

 

L’immaginario metafisico

*E’ all’immaginazione dell’essere cosciente a cui voglio attenermi, quella che non fa mistero nei suoi desideri e nei beni che cerca, quella che, al posto del labirinto notturno, dove l’inconscio è il maestro dei sogni, si esprime nelle fantasticherie (“reveries”), che amiamo fare quando siamo svegli.

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“Selfie” di Ornella Tajani

Egon Schiele

Egon Schiele

Premessa e discrimini

Col boom della Apple anch’io ho comprato un Mac e ho scoperto quella subdola lusinga alla vanità che è Photobooth: il programma collegato alla webcam del computer con cui scattarsi foto all’infinito usando una varietà di effetti e filtri grazie ai quali raggiungere l’immagine ideale, provando e riprovando finché la faccia in questione non somigli a quella desiderata.

Mi sembra che col prolificare della tecnologia digitale ci abituiamo sempre di più a un numero limitato di versioni del nostro volto, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, siamo noi a scegliere quale sarà la versione da rendere pubblica; e sceglieremo quella in cui maggiormente “somigliamo a noi stessi”, direbbe Barthes, cioè quella in cui assumiamo la posa che pensiamo ci corrisponda, esaltandoci. Anche qualora sia qualcun altro a scattare, avremo spesso parte in causa nel decidere quale immagine non ci convince e va dunque cestinata (“Qui sono venuta malissimo, cancellala”. Quanto più forte e denso di implicazioni era invece il gesto di stracciare una foto su pellicola, azione ben più rara anche perché l’oggetto-foto aveva un suo costo). In un certo senso, disimpariamo progressivamente che faccia abbiamo, perché gli scatti che sfuggono al nostro controllo sono sempre di meno; l’aumento considerevole del numero di ritratti posseduto è inversamente proporzionale alla sua varietà.

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Posteri

 Mario Giacomelli

Siamo i posteri di avi che furono posteri e avi di posteri che saranno avi: vite vissute e rivissute nell’incarico dell’autoconservazione e della riproduzione. Casi biologici assegnati all’avvicendamento, scagionati dall’appartenenza a una specie. Non nei sogni notturni, dove la contiguità è abolita. Specchiati nel vapore trasfigurante di qualche incubo, frequentiamo persone che potremmo non conoscere.

Graziano Spinosi – http://www.currenticalamo.com

ph. Mario Giacomelli