Simona Vinci – La prima verità

Simona Vinci

 

Capita di morire più volte al giorno.
Si muore anche tutte le notti.
Sparati, investiti, con una botta in testa
di schiena, di gomito o di culo
in silenzio o col frastuono di sirene.
Con un pubblico o da soli.
Da cani randagi, da regine scoronate.
Di schiaffi si muore, di offese umiliati
di bugie incancrenite, di colpe o rimorso
di debiti a venire e crediti a rimandare
di cose mute che sverminano in bocca,
di troppa fatica alle giunture, di scoramento.
Si muore tante volte e pure di pomeriggio
poi ci si alza e si va, come se niente fosse.
Finché non sei morto, ne hai da morire.
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Leggere gli alberi

Nome:Prunus armeniaca L. Data di nascita: 2003 Residenza: casa mia

Nome: Prunus armeniaca L. 
Data di nascita: 2003 – Residenza: casa mia

Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano i greci. Tra tutti gli alberi-lettere, la palma è il più bello. Della scrittura, profusa e articolata come i getti dei suoi rami, possiede l’effetto maggiore: la linea di caduta.
Barthes da “Barthes di Roland Barthes”

Sono nipote di un uomo che, presentendo che la morte lo attendeva all’ospedale dove lo stavano portando, scese nell’orto e andò a dire addio agli alberi che aveva piantato e curato, piangendo e abbracciando ognuno di essi, come se di esseri amati si fosse trattato. Quell’uomo era un semplice pastore, un contadino analfabeta, non un intellettuale, non un artista, non una persona colta e sofisticata che decideva di lasciare questo mondo con un grande gesto che la posterità avrebbe ricordato.
José Saramago su Repubblica 17 giugno 2006

Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appaiati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitarie fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile! Ogni qual volta passo per quella via, guardando quegli alberetti, penso ai tanti e tanti infelici che, attratti dal miraggio della città, hanno abbandonato le loro campagne e son venuti qui a intristirsi, a smarrirsi nel labirinto d’una vita che non è per loro.
Luigi Pirandello da “Alberi cittadini” [Il Marzocco, 4 marzo 1900]

Soffiando in mezzo ai boschi, qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto ad inni sacri. Quelle sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limite del bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che cantava.
Dino Buzzati da “Il segreto del bosco vecchio”

Questo è un bosco sopravvissuto. Anche se da un punto di vista temporale è giovane, esso è molto antico, antichissimo. E comincia ad essere raro, perché sulle altre coste del Mediterraneo altre foreste lo hanno sostituito, e normalmente sono fatte di cemento. E questo fa sentire antichi anche noi. È vero, questo bosco si oppone a una modernità effimera, fondata sull’immediato, sulla novità, sull’oggi: quella modernità che vorrebbe farci credere che siamo nati ieri. Non siamo mica nati ieri.
Antonio Tabucchi da “Un bosco all’antica”, scritto per il bosco di Migliarino

Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. Li venero quando vivono in popoli e famiglie, in selve e boschi. E li venero ancora di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire a una debolezza, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il mondo, le loro radici affondano nell’infinito; tuttavia non si perdono in esso, ma perseguono con tutta la loro forza vitale un unico scopo: realizzare la legge che è insita in loro, portare alla perfezione la propria forma, rappresentare se stessi. Niente è più sacro e più esemplare di un albero bello e forte.
Hermann Hesse da “Il canto degli alberi”

Viaggi in mente

A. Rimbaud, Una Stagione all’Inferno- 1873
La mia salute fu in pericolo….Ero maturo per il trapasso, e lungo una via piena di rischi la mia debolezza mi conduceva ai confini del mondo e della Cimmeria, patria d’ombra e di gorghi.
Fui costretto a viaggiare, a sviare gli incantamenti adunati sul mio cervello….Ero stato dannato dall’arcobaleno.

G. Ungaretti, Allegria di Naufragi – 1917
E subito riprende
Il viaggio
Come
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare

A. De Saint-Exupéry, Terra degli uomini – 1939
…..vivo nell’ambito del volo.
Sento il sopraggiungere della notte, nella quale ci si rinchiude come in un tempio…[…]
Ben mi comprendono coloro che sono stati presi dall’amore inspiegabile del volo.
A poco a poco, dunque, rinuncio al sole. Io entro nella notte. Navigo. Per me non ho più che le stelle.

L.F. Cèline, Viaggio al termine della notte – 1952
Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica.
Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza.
Va dalla vita alla morte.

M. Frisch, Homo Faber – 1957
Un viaggio per mare è una strana situazione…. Si viaggia e viaggia, i motori sono in azione giorno e notte, si odono e si sentono, si va senza sosta, ma soltanto il sole si muove, ovvero la luna, potrebbe anche essere illusione il fatto che si viaggi, la nostra barca può rollare e far onde quanto vuole, l’orizzonte rimane orizzonte e si resta come fissi al centro di un disco, solo le onde fuggono, non so a quanti nodi, in ogni modo abbastanza rapidamente, ma non cambia proprio niente – salvo che si invecchia!

T. B. Jelloun, Creatura di sabbia- 1985
Ora sono io il padrone di casa….Mia madre si è ritirata nel silenzio del lutto. E io mi sento insicuro; non so quale oggetto, quale giardino, quale notte riporterò dall’avvenire.
Io viaggio; non mi addormento mai senza aver percorso qualche sentiero oscuro e sconosciuto.

B. Chatwin, Le vie dei canti – 1987
Dormii in tende nere, tende blu, tende di pelli, iurte di feltro, e al riparo di frangivento di rovi.                                    Una notte, sorpreso da una tempesta di sabbia nel Sahara occidentale, compresi il detto di Maometto: “ Un viaggio è un frammento di Inferno”.

Il sosia – Fedor Michajlovic Dostoevskij

ph. kamil vojnar

Finito.
Mi sono scrollata la neve di dosso, ho asciugato i vestiti e acceso la stufa e … ritorno in me.

Che dire? Dico che Goljadkjn rappresenta, pur in modo patologico, l’alienazione nei confronti della vita reale e ci porta a domandarci “cosa sia la realtà”. E’ estraneo a se stesso e, nello stesso tempo, costretto penosamente a convivere con se stesso, con la propria soffocante, ma necessaria, presenza. E l’incubo lo coglie ad ogni risveglio, confondendolo, ingannandolo, deridendolo.
G. soffre, soffre molto. Non è un pazzo inconsapevole di sé, ma una persona completamente inerme di fronte a qualcosa che gli sta succhiando via la vita e sottraendo progressivamente l’identità, quest’ultima (credo io) ancora più importante dell’esistenza stessa.
Il mostro è G. stesso in balia dell’altro, è G. che non ha potuto preservare la propria essenza e tenersi insieme, è G. che si mimetizza, che consegna il proprio libero arbitrio.
L’esistenza come dolorosa assurdità.

(Avrei preferenza di no) Bartleby lo scrivano – Melville

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Bartleby mi appare come il fotogramma successivo all’Urlo di Munch , come una scelta di passività cosciente, constatazione del lasciarsi vivere. E’ la bolla di solitudine che esprime l’assurdo del “senso di vivere” o l’illusione del vivere.
Il passato non c’è o non importa, semmai ha decostruito e partorito l’antieroe, che sopravvive al minimo regime, in folle. Non è nemmeno mediocre, è.
La maschera è fuorigioco, non entra mai, il candore è disarmante e commovente. E’ un personaggio immenso.

Le braci – Sandor Marai

le braciLe braci conservano i ricordi e tutta la loro forza, come in uno stato intermedio, irrisolto, in attesa.

Le braci sopravvivono a regime minimo, non si spengono mai; fanno domande che non saranno mai appagate, non è nella loro natura.

maraiLe braci eccitano e inquietano l’anima, ma non le indicano la risposta che potrebbe placarne la tensione, saturarne il desiderio. E così, il tormento percorre una traiettoria circolare e infinita.

             Siparidicarta

Annemarie Schwarzenbach (1908 – 1942)

Dopo aver letto “Lei così amata” della Mazzucco, sono letteralmente affascinata dalla figura di qAnnemarieSchwarzenbachuesta donna.

Ha viaggiato sola per mezzo mondo, scrittrice, fotografa, giornalista, lesbica, antifascista, nata in una ricca famiglia svizzera filonazista con madre prevaricante (eufemismo), amica di Erika e Klaus Mann, figli di Thomas. Viaggio, manicomio, prigione, ricerca dell’assoluto, poesie.

“In viaggio con le nostre biciclette e con la Ford, non cercavamo l’avventura, ma soltanto un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora e dove speravamo di fare l’impagabile esperienza che queste leggi non sono affatto inevitabili, immutabili, indispensabili. Provate a immaginare: il tempo non contava! Gli orologi, i calendari erano superflui! E avevamo perfino trovato persone, contadini, nomadi per i quali il denaro non significava niente” (Kabul, 1939);

“Si dovrebbe poter diventare un pezzo di deserto e un pezzo di montagna, e una striscia di cielo di sera. Ci si dovrebbe affidare a questo paese e disfarsi in esso. Vivere contro è una tale impresa che si muore di angoscia”;

Immerse nella pace della pianura, non era necessario pregare…il giorno che stava per finire era un unico tappeto di preghiera”.

Questo è un documento notevole:

https://www.youtube.com/watch?v=N6kbfB_e7BI&feature=player_embedded